Ecco uno stralcio dei miei appunti presi durante le lezioni al master in cooperazione internazionale e tenutesi a Modena dal Professor Raffaele K. Salinari. Ho un bellissimo ricordo di quelle parole, di quei giorni ed è vero che alcune persone (..rare) conservano quello straordinario dono di coinvolgimento permettendo, a chi li ascolta, di arricchirsi.
I cambiamenti che si sono verificati in ambito sociale, politico ed economico hanno avviato, dalla fine degli anni settanta agli anni ottanta, un processo di cambiamento assolutamente irreversibile e che viene denominato oggi globalizzazione. La globalizzazione è figlia dei processi e degli effetti della decolonizzazione, della ricerca esasperata del profitto, del consumo, dell’ ”aumento”, del segno “ + ”, del tramonto delle ideologie, del fenomeno delle migrazioni e del diffondersi dell’uso della tecnologia e dei grandi mezzi di comunicazione.
Negli anni ottanta avviene il passaggio dalla cultura moderna a quella nuova e contemporanea, quando gli scambi di merci, comunicazioni e persone hanno modificato la geografia politica mondiale tanto che, se vogliamo parlare per esempio di cultura di un popolo, può sembrare oggi difficile farlo in merito a qualcosa di specifico e unico; in un certo senso è difficile oggi trovare spaccati culturali totalmente diversi e distinti da altri nonostante le differenze premano per imporsi a più strati e risultino, paradossalmente, sempre più nette e marcate.
La cooperazione tecnica, oggi cooperazione allo sviluppo (così di moda negli anni ’60,’70,’80) spinta da accordi quali la Convenzione di Lomé (1975), deve abbandonare una volte per tutte il concetto d’ infrastutturizzazione e diventare veramente cooperazione allo sviluppo internazionale. Bisogna abbandonare quelle dinamiche che da decenni sintetizzano lo “scambio” di aiuti tra i paesi più sviluppati e quelli meno sviluppati, tra i paesi del nord e del sud del mondo, in un tipo di cooperazione sud-nord parallelo a risorse-sviluppo.
L’occidente è considerato una pompa aspirante. I popoli vengono sempre dopo al profitto, all’economia. La Convenzione di Lomè si è dimostrata anch’essa nel tempo uno strumento di sfruttamento dei rapporti diplomatici e relazionali legati al processo di decolonizzazione, sull’onda della politica estera e della solidarietà internazionale.
Oggi l’infrastutturizzazione, o meglio la cooperazione, è basata ancora sul principio sud-nord. Sta a tutti noi cercare di lottare per trasformarla in una cooperazione sud-sud. E’ arrivato il tempo di rendere la cooperazione internazionale un processo d’inclusione creando o rafforzando reti, stimolando le connessioni con le realtà locali. E’ arrivato il tempo di RESTITUIRE, dignità, saperi sulla base dell’autenticità e fornire a tutti i più bisognosi una possibilità di esprimere le proprie capacità, partendo proprio dagli ultimi, riprendendoci il senso del limite, avendo cura e manutenzione del mondo e favorendo la multiculturalità.
Restituire dignità significa restituire saperi; restituire al tempo la capacità di ritrovare i segni con i dialoghi del mondo e quindi riconoscere. Tornare a riconoscere.
Per tali motivi oggi più che mai la cooperazione allo sviluppo deve, senza più indugi, cogliere la grandissima occasione (forse irripetibile) che le viene data, diventando una volta per tutte concreta; approfittando, paradossalmente e senza più piangersi addosso, del momento che il caos mondiale generato da governi menefreghisti, strozzati dalle lobby, corrotti ed assolutamente insensibili alle problematiche dei più bisognosi e dei più deboli le stanno concedendo.
Oggi vi sono tutte quelle condizioni che permetterebbero alla cooperazione internazionale legata agli aiuto ai paesi in via di sviluppo (ma anche in Italia!) di “cavalcare” l’onda della crisi, dello sconforto e del distacco della gente riguardo alla politica e della sempre più crescente voglia di giustizia sociale, pace e tutela per i più deboli.
Si tratta di fermarsi: soffermarsi.
Per raggiungere l’effetto della concretezza sopra descritto ci vorrà tempo.
Dopo la caduta del muro di Berlino e l’attacco alle torri uno e due del World Trade Center di New York, viviamo un'altra fase, fondamentale ancora una volta per la cooperazione. Siamo in una fase di passaggio, una fase turbolenta, con il “cappio al collo” dell’economia che ci minaccia e con sempre meno spiritualità confinata nelle nostre anime.
La nostra generazione di passaggio può contribuire a mantenere le porte aperte al cambiamento ma ci vorranno altre generazioni affinché vengano date delle risposte concrete per un avvenire migliore. La cooperazione internazionale e gli aiuti allo sviluppo hanno l’opportunità oggi di cambiare la storia dei popoli, se solo fossero accompagnati da una sana ed onesta volontà politica.
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